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Ghiaccio dopo infortunio: alleato valido, o credenza popolare?

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Per gli amanti delle risposte veloci: nella stragrande maggioranza dei casi, il ghiaccio non è quel che pensiamo e non è di aiuto. C’è molta più credenza di quella che è la realtà. Ma quando ci si scontra con una credenza così radicata, non è mai facile cambiare le cose.

Quando pensiamo al ghiaccio nel contesto di un infortunio più o meno grave, lo vediamo come il primo intervento atto a migliorare la nostra condizione. Ci è stato insegnato sin da piccoli che è così che si fa. E abbiamo sempre fatto così, senza nemmeno chiederci il motivo. Per noi, quindi, la prima cosa da fare per stare meglio è apporre del ghiaccio sulla zona dolente, pensando che non solo sia d’aiuto per ridurre il danno ma che sia anche capace di accelerare la guarigione. È piuttosto comune vedere anche atleti di grosso calibro essere sottoposti ad applicazioni di impacchi freddi, pensando di ridurre la fatica, accelerare il recupero, ridurre infiammazioni e molto altro. Persino in ambito riabilitativo è molto usato, sempre attribuendo ad esso le stesse caratteristiche sopra citate. Ma non è così.

A questo punto la domanda vera è: perché ci siamo creati questa idea del ghiaccio?

Già nel 1940 i medici usavano il ghiaccio con l’intento di diminuire il dolore ed il tasso di complicazioni in sala operatoria. Con il tempo però diventò sempre più d’uso comune per tutti gli infortuni, quasi fosse una panacea per tutti i mali. Un po’ come si fa ancora oggi.
Nel 1978 il dottor Gabe Mirkin coniò l’acronimo “RICE” per indicare il protocollo standard e pensato per essere il migliore a quel tempo, riguardo gli infortuni. Esso prevedeva riposo, ghiaccio, compressione, elevazione (Rest, Ice, Compression, Elevation). Un protocollo molto rinomato in ambito medico e riabilitativo, usato fino a pochi anni fa e talvolta, purtroppo, ancora oggi.

Sarà vostro stupore scoprire che, lo stesso dottor Mirkin che sviluppò questo approccio, alla luce di altri studi, oggi è attivamente impegnato nel raccomandare di evitare l’uso del ghiaccio e di iniziare la riabilitazione il giorno dopo l’infortunio.

Tuttavia conosciamo anche il potere del ghiaccio di abbassare la sensibilità ed alleviare la nostra percezione del dolore, anche se questo non vuol dire che stiamo guarendo. Conosciamo anche la sua utilità nel ridurre l’edema, tramite la vasocostrizione, dopo un infortunio: ciò significa che l’afflusso di sangue nella zona desiderata sarà piuttosto ridotto. Ma non sempre è una cosa positiva.
Tralasciando il dolore per cui potrebbe essere utile adottare del ghiaccio (chi non vorrebbe alleviare il proprio dolore dopo essersi fatto male?), abbiamo proprio bisogno di ridurre l’edema?
L’edema serve al nostro corpo per promuovere la guarigione. Con l’edema si innesca un meccanismo di infiammazione nella zona interessata. Il che non è un male, anzi.
L’infiammazione in generale è un segnale che il nostro corpo usa per far sì che dai vasi sanguigni arrivino cellule capaci di distruggere il tessuto danneggiato, ripararlo e rigenerarlo con il tempo. Ponendo del ghiaccio subito dopo l’infortunio, i vasi sanguigni della zona raffreddata vanno in costrizione, cioè si riducono di diametro, diminuendo di molto l’afflusso di sangue nella parte in cui stiamo applicando il ghiaccio. Come se non bastasse, la costrizione dei vasi sanguigni rimane tale anche per molto tempo dopo aver tolto l’applicazione del ghiaccio, diminuendo l’afflusso di sangue molto oltre il tempo desiderato.

Volete ancora privarvi di una simile arma di guarigione?

È anche vero che, nel caso di infortuni gravi, un edema molto esteso e prolungato può essere molto fastidioso: può comprimere i tessuti circostanti, aumentare il dolore ed ostacolare il movimento.

Ma quindi, cosa facciamo?

Mentre nel caso di un infortunio violento potrebbe essere logico l’uso del ghiaccio nel più breve tempo possibile dall’avvenimento di questo, al fine di ridurre il dolore e la formazione di un edema che potrebbe diventare troppo ingombrante, il suo uso prolungato oltre il primo giorno dall’infortunio non è invece supportato da alcuna evidenza scientifica né tanto meno negli infortuni di piccola entità (distorsioni lievi, traumi muscolari, affaticamenti vari, piccoli traumi) ed un uso smodato può anzi rallentare il recupero.

Il protocollo riabilitativo è cambiato più volte negli anni, sempre accompagnato dal proprio acronimo, passando da RICE a PRICE, a POLICE ed evolvendosi ancora nel tempo tramite i sempre maggiori risultati della ricerca scientifica, che hanno cominciato a dar sempre più peso a trattamenti riabilitativi attivi e precoci, a discapito di trattamenti passivi. Quindi, trattamenti che prevedano del movimento più precocemente possibile, seppur monitorato. Oggi, il protocollo riabilitativo introdotto dall’inizio del 2020 ha l’acronimo di PEACE & LOVE che spezza le credenze passate e mette in primo piano il movimento. È un nome che calza a pennello dato che, quasi fatto apposta, non c’è miglior modo di amare il nostro corpo se non quello di muoverci.

1. Malanga G A et al. Mechanisms and efficacy of heat and cold therapies for musculoskeletal injury. Postgraduate medicine. 2015

2. Koshnevis S et al. Cold-induced vasoconstriction may persist long after cooling ends: an evaluation of multiple cryotherapy units. Knee Surg Sports Traumatol Arthrosc. 2015

3. Reinl G. Iced! The illusionary treatment option. 2nd Edition. Gary Reinl. 2014.

4. Tseng C et al. Topical cooling (icing) delays recovery from eccentric exercise-induced muscle damage. Journal of strength and conditioning research. 2013